Disfare l’Italia, parte 2. Autonomia differenziata: efficienza locale o disuguaglianza su base territoriale?

Nei referendum sul lavoro e la cittadinanza dell’8/9 giugno scorsi, si sarebbe dovuto votare anche per l’abrogazione della Legge 86 del 26 giugno 2024 (ex disegno di legge 615, detto “Calderoli”), concernente la cosiddetta “autonomia differenziata”. A gennaio 2025, però, la Corte costituzionale ha ritenuto non valido il quesito presentato dai Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata (per il quale era stato raccolto oltre 1 milione e 300 mila firme negli scorsi mesi estivi), motivo per cui questa materia era assente nella recente tornata referendaria. I giudici hanno stabilito ciò in base al fatto che una precedente sentenza della Corte (14 Novembre 2024[1]) aveva smontato gran parte del decreto Calderoli in quanto l’impianto dello stesso era incostituzionale[2] (da notare che, come per il “decreto sicurezza”, Mattarella lo aveva firmato senza problemi). Secondo la Corte, proseguire nel referendum una volta ridimensionata la nuova legge avrebbe significato chiamare i cittadini ad esprimersi sull’autonomia regionale in generale[3], operazione non permessa dato che essa è norma costituzionale dal 2001, ovvero in seguito alla riforma del Titolo V della Costituzione operata dal governo di centrosinistra di Giuliano Amato.

Nonostante questa stroncatura, il Ministro per gli Affari regionali e le autonomie del governo Meloni Roberto Calderoli (Lega) non si è scomposto. In diverse occasioni ha anzi dichiarato l’intenzione di proseguire nell’ implementazione de facto dell’autonomia differenziata tramite decreti attuativi, emanabili direttamente dal governo, aggirando potenzialmente le limitazioni poste dalla Corte. Inoltre, ha spesso descritto le sue proposte legislative come niente di più che l’attuazione pratica dell’impianto costituzionale riformato nel 2001.

Per queste ragioni è bene comprendere in cosa consista l’autonomia differenziata e perché vada rifiutata completamente. Per approfondire si rimanda al sito dei Comitati[4], contenente numerosi documenti sulla materia, mentre di seguito verranno descritti in breve i punti principali.

Cos’è l’autonomia differenziata?

In estrema sintesi l’autonomia differenziata è un progetto politico che consiste nella possibilità delle 15 regioni a statuto ordinario (escluse quindi le 5 a statuto speciale) di avere potere legislativo e amministrativo su varie materie, di seguito elencate, sottratte alla competenza esclusiva dello Stato centrale (quindi del Parlamento). Queste materie, così come da attuale articolo 117 della Costituzione, riguardano:

  1. rapporti internazionali e con l’Unione europea delle regioni;
  2. commercio con l’estero;
  3. tutela e sicurezza del lavoro;
  4. istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale;
  5. professioni;
  6. ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
  7. tutela della salute;
  8. alimentazione;
  9. ordinamento sportivo;
  10. protezione civile;
  11. governo del territorio;
  12. porti e aeroporti civili;
  13. grandi reti di trasporto e di navigazione;
  14. ordinamento della comunicazione;
  15. produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
  16. previdenza complementare e integrativa;
  17. coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
  18. valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali;
  19. casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
  20. enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

L’articolo 117 prosegue affermando che “nelle materie di legislazione concorrente spetta alle regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato. Spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”.

Già nel 2018 Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna (quest’ultima ritiratasi dal processo a inizio 2025[5]) firmarono delle “pre-intese” con il dimissionario governo Gentiloni per trasferire poteri riguardanti alcune di queste materie, chiedendo:

  • l’istituzione di una commissione rappresentativa di Stato e regioni per la definizione dei LEP (livelli essenziali di prestazione, ovvero il livello di servizi minimo stabiliti dallo Stato);
  • che i LEP e i conseguenti finanziamenti siano determinati non dalla spesa storica (come avvenuto finora, ovvero che i soldi ricevuti ogni anno dalle regioni siano calcolati in base a quanto ricevuto negli anni passati) e nemmeno in base alle caratteristiche del territorio come la demografia e la sua storia (come logica e giustizia vorrebbero), ma unicamente in base al gettito fiscale regionale;
  • Che di conseguenza le regioni ricevano una parte dei contributi erariali (ovvero delle tasse riscosse dallo Stato, proseguendo il percorso di federalismo fiscale già avviato con la legge 42/2009);
  • Che la regione possa solo aumentare i LEP;
  • Che questa intesa sia valida dieci anni e che possa essere modificata solo su richiesta o con l’assenso della regione. (Cosa non indifferente: questo punto eleverebbe di fatto le intese al rango di leggi costituzionali, sebbene ottenute tramite decreto, in quanto sostanzialmente immodificabili e irremovibili[6]).

La legge 86 va ora a creare un nuovo quadro giuridico per questi accordi (a cui a ottobre 2024 si sono aggiunte Piemonte e Liguria), segnando un passo avanti nel progetto di autonomia differenziata, in particolare per quanto concerne la possibilità di trasferimento di tutte le materie e l’esclusione del Parlamento da questo processo. In realtà, la legge non stabilisce nulla se non la cornice in cui le varie intese andranno materializzate[7], tanto che, a detta di Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale[8]:

<< Probabilmente l’abrogazione della intera legge si sarebbe potuta avere se il motivo dell’illegittimità costituzionale, come a suo tempo suggerì qualche giurista, fosse stato individuato nella mancanza di chiarezza della legge di attuazione dell’autonomia differenziata, la quale è scritta in modo talmente contorto, confuso e contraddittorio, da porre in dubbio la sua stessa “consistenza giuridica” >>.

Già quanto sopra basterebbe a rispedire al mittente la proposta, ma andiamo nel merito della legge. Il punto chiave è la definizione dei LEP, estensione dei LEA (livelli essenziali di assistenza) attualmente in vigore in ambito sanitario. Questi vincoli prevedono che le varie regioni forniscano agli abitanti una quantità e qualità di servizi minimi stabiliti dallo Stato, ad esempio – parlando di sanità – un certo numero di esami diagnostici (mammografie, risonanze magnetiche, etc.) all’anno. La legge 86-2024 prevede però la loro applicazione a invarianza finanziaria6 (ovvero senza l’aggiunta di risorse economiche rispetto agli anni passati) facendo sì che i soldi necessari alle sole Lombardia e Veneto per gestire tutti i nuovi ambiti (75 miliardi di euro secondo una stima indipendente[9]) dovranno essere di fatto sottratti alle altre regioni o ad altre voci della spesa pubblica. Considerando che già oggi in regioni del sud come la Calabria il sistema sanitario è al collasso[10] (per non parlare di emigrazione, povertà e istruzione[11]), ci si chiede come i LEP possano essere garantiti egualmente per tutti i cittadini italiani. Oltretutto, per ben nove materie non è prevista la determinazione dei LEP (quindi le regioni non avrebbero una soglia minima da rispettare). Il problema principale rimane, dunque, pratico: i vari governi non hanno mai abbozzato un calcolo del costo totale dei LEP (perché non sono neanche mai stati definiti). Di conseguenza, non è neanche mai stato stabilito come si coprirebbero le spese per garantire dei diritti fondamentali come quello alla salute.

Si pongono dunque alcune riflessioni: al di là dello scivolamento semantico da un piano che richiama la cura (assistenza) a uno econometrico, che suggerisce l’esistenza di una competizione (prestazione), cosa significa “essenziale” in tema di sanità o istruzione? Vuole forse il ministro Calderoli esplicitare il concetto marxiano di salario come minima quantità di merce necessaria (in media) alla riproduzione della classe lavoratrice? Devono forse gli italiani accontentarsi del minimo per sopravvivere? Non dovremmo puntare all’eccellenza dei servizi pubblici in base ai bisogni della popolazione, come da dettato costituzionale?

Inoltre, che criteri userà lo Stato per decidere questi livelli[12]? Sarà il Parlamento a deciderli (come desumibile dall’articolo 117) o la commissione scelta dal governo (come prevede la legge Calderoli)? Nel qual caso a decidere sarebbe una commissione nominata da un governo eletto col 25% dei voti del 50% degli aventi diritto. Quali parametri poi per verificarne l’implementazione, e chi se ne occuperà[13]? Mettiamo che anche i LEP siano soddisfatti in tutte le regioni, è giusto che l’ordinamento giuridico preveda che cittadini dello stesso paese abbiano accesso a servizi diversi in base a dove vivono (ad esempio più o meno esami medici gratuiti, edifici scolastici migliori)? Come si può capire, la differenza tra autonomia differenziata e privilegiata è minima, al punto che autorevoli giuristi hanno definito tutta questa operazione come “secessione dei ricchi”[14].

Uno dei punti principali che viene portato a sostegno dell’autonomia differenziata è l’efficienza che avrebbe una pubblica amministrazione locale, più vicina ai cittadini rispetto a quella centrale. Rispetto a ciò, lo stesso articolo 117 usa il termine “legislazione concorrente”, lasciando intuire il rischio di proliferazione di una burocrazia parallela a livello regionale che si aggiunga a quella dello Stato (che sarebbe costretta a rimanere in essere per quelle regioni che non chiedono l’autonomia). Inoltre, il controllo democratico che gli abitanti hanno sulle rispettive giunte regionali è molto minore rispetto al livello comunale, e non particolarmente maggiore rispetto al Parlamento. Ma soprattutto, la propaganda efficientista che promuove la possibilità che le regioni trattengano il cosiddetto residuo fiscale (ovvero la differenza tra le tasse raccolte all’interno del territorio regionale e il denaro ricevuto dallo Stato) è un’invenzione leghista che ignora come il gettito fiscale dipenda dal fatto che, ad esempio, le aziende operanti su tutto il territorio nazionale fatturino solo nella regione in cui si trova la loro sede[15]. Se le regioni volessero più soldi per migliorare i servizi pubblici, potrebbero andarli a recuperare dall’evasione fiscale, tramite una patrimoniale o aumentando la progressività delle aliquote, visto che tutto il welfare statale è finanziato da solo il 17% dei contribuenti[16] (ovvero i lavoratori della classe media). Il vero scopo dell’autonomia è molto più prosaico: arraffare soldi pubblici da spartire all’interno della classe economico-politica locale tramite la privatizzazione del welfare e la sottrazione di denaro alle zone più svantaggiate del paese. Per come sono calcolati infatti, i finanziamenti al sud Italia sono già minori di quanto spetterebbe a chi vi abita, dato che, a fronte di una popolazione maggiore di un terzo del totale, ricevono il 29.3% di spesa pubblica (una differenza di circa 3500 euro pro-capite all’anno tra Centro-Nord e Sud)[17].

Vediamo ora però più nel dettaglio, a supporto delle tesi sopra espresse, i potenziali effetti dell’autonomia differenziata nei principali ambiti di applicazione.

Effetti sulla sanità

Partiamo dalla sanità, settore per cui di fatto già oggi esistono 20 sistemi sanitari diversi, con buona pace dei principi di universalità, equità e solidarietà che dovrebbero guidare il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN)[18],[19]. Nel complesso, il SSN è già da anni ampiamente sottofinanziato (ricevendo un 6.2% del PIL nominale in costante calo negli ultimi anni) e i LEA sono già disattesi[20], nonostante la spesa sanitaria rappresenti il 70/80% dei bilanci regionali (tra l’altro finanziato in gran parte tramite l’IVA, che essendo una imposta indiretta grava maggiormente sui redditi bassi[21]). Approfondire queste divisioni porterebbe a un ulteriore drenaggio di risorse dalle regioni più deboli, ma svantaggerebbe anche gli abitanti di quelle più ricche. Si accentuerebbe infatti il fenomeno già attualmente rilevante delle “migrazioni” sanitarie[22] verso le regioni con i servizi più sviluppati, facendo sì che si allunghino le liste di attesa per tutti. La conseguenza diretta sarebbe l’opportunità per i privati di scalzare le strutture pubbliche, soprattutto nelle specializzazioni più redditizie (come le operazioni chirurgiche programmate) lasciando al pubblico quelle a perdere (come i pronto soccorso).

Il modello globale di funzionamento della sanità che si sta perseguendo nel nostro paese è quello che sta venendo portato avanti anche per l’istruzione. Da un lato stanno infatti venendo sviluppati pochi poli di eccellenza finanziati dai privati al fine di avere il know-how necessario a reggere la competizione inter-capitalistica (ad esempio Leonardo ed ENI) e per curare con le migliori tecnologie chi può pagare moneta sonante. L’altra faccia della medaglia è rappresentata da strutture di serie B (ospedali, scuole, università) atte a garantire un livello minimo di sopravvivenza al resto della popolazione (ecco che ritorna il termine essenziale… servono comunque schiavi per macinare profitti o morire in guerra). Tutto questo è realizzato tramite la spinta data al privato convenzionato e alla sottoscrizione di assicurazioni medicali (che già diversi contratti nazionali prevedono).

La competizione si avrebbe anche in termini di diritti dei lavoratori della sanità di diverse regioni, con le strutture ricche in grado di offrire paghe e contratti migliori con l’effetto di drenare risorse (in questo caso, menti) da zone del paese che le hanno formate ma non hanno la possibilità di offrire compensi economici all’altezza. In questo modo si riprodurrebbe in scala ridotta quello che avviene all’interno dell’UE (quanti medici e infermieri italiani emigrano in Francia, Germania, Regno Unito etc. dopo aver studiato in Italia?).  

Infine, ci si chiede come si possa pensare che sfide che pertengono al livello globale (leggi: pandemie o epidemie) possano essere affrontate efficacemente con 20 sistemi di regole diverse, 20 popolazioni con livelli di salute eterogenei e strutture sanitarie private che privilegiano gli interventi remunerativi piuttosto che la prevenzione territoriale. Sta già così venendo dismesso il principio di unitarietà e completezza della cura che dovrebbe essere sancito dalla Costituzione: stiamo passando dai Diritti alle opportunità.

Effetti sulla scuola

Il fronte scuola subirebbe delle conseguenze simili all’ambito sanitario, per quanto al momento il processo sia meno avanzato.

Anzitutto preoccupa l’aspetto contrattuale, con la sbandierata intenzione governativa di implementare la chiamata diretta degli insegnanti nonché le gabbie salariali[23] (ovvero far sì che lo stipendio dipenda dal costo della vita medio nelle varie regioni, invece che nell’intero paese). Da ciò ne seguirebbe il chiaro pericolo di baronato, in quanto alle élite locali verrebbe devoluto il potere di crearsi dei bacini di consenso enormi (la scuola coinvolge gli insegnanti e gli alunni ma anche le loro famiglie). La remunerazione, gli orari e i carichi di lavoro potrebbero essere diversi in base alla residenza (e soprattutto a discrezione del “barone” locale), con forte limitazione della libertà di insegnamento[24]. Le imprese locali, finanziando gli istituti perennemente in crisi di fondi, potrebbero anch’esse avere una grossa influenza sulle scelte didattiche, portando a una privatizzazione di fatto del sistema scolastico[25]. Ma soprattutto l’Istruzione unitaria è uno degli elementi fondamentali che la Costituzione definisce per il diritto di cittadinanza. Se le Scuole – che già sviluppano nefastamente le cosiddette Competenze (e infatti il sistema scolastico italiano risulta in crollo e agli ultimi posti in Europa) – fossero indirizzate dalle Regioni, soprattutto nel momento formativo più delicato di un adolescente, verrebbe meno la sintesi stessa di unità nazionale, sia nella consapevolezza dei diritti che degli sbocchi che si paleserebbero, dovuti soltanto a istanze economiche terze che di fatto dirigerebbero la Scuola. Proprio il contrario di ciò che è stato costruito dopo la caduta del fascismo. Sotto questo aspetto, la legge Bassanini del 1999 (che ha istituito il principio di autonomia scolastica), è stata la riforma che ha posto le basi per questa ulteriore incrinatura nella funzione dell’istituto scolastico[26].

Come potrebbe una scuola del genere “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” di cui parla l’articolo 3 della Costituzione[27]? Quali possibilità di emancipazione, di ascensione sociale offrirebbe un programma scolastico piegato a interessi economici locali? A quale emancipazione i futuri Uomini e Donne sarebbero educati e, quindi, che Italia costruirebbero?

Effetti sull’ambiente

Riguardo alle politiche ambientali, al di là di questioni ovvie come il dubbio su chi gestirebbe enti, parchi e altre istituzioni che coprono il territorio di più regioni, si ripropongono le problematiche di cui sopra: la frammentazione e il definanziamento lasciano spazio ai privati, gli interessi locali alla deregolamentazione (consumo di suolo, privatizzazione delle risorse come l’acqua)[28], l’assenza di regole chiare a negligenza: se un fiume che può causare alluvioni attraversa un confine di regione chi lo pulisce? Se è pulito a metà non funziona… Molto di tutto questo è già trascurato, far sì che il quadro normativo sia ancora più complicato di certo non aiuterebbe.

Ma soprattutto, come si può pretendere di tutelare gli ecosistemi con i LEP? Come si misura la salute dell’ambiente? Che indice si usa per la biodiversità? Così come per la salute umana, l’autonomia differenziata va contro ogni concetto scientifico di cura dell’ambiente, che prevede un approccio complessivo nella gestione degli ecosistemi[29].

Effetti sull’economia

Da quanto espresso sopra si capisce che il meccanismo caratterizzante l’autonomia differenziata sarebbe quello del “dumping”, ovvero della competizione al ribasso e la deregolamentazione in tutti i settori: dalla produzione di energia (col rischio di reintroduzione del nucleare) alla protezione dell’ambiente, dai contratti ai diritti sindacali e la sicurezza sul lavoro, fino alla concorrenza fiscale. In pratica, si vuole dividere i cittadini e i lavoratori per ridurre il loro potere contrattuale, così da cannibalizzare il welfare[30] riproducendo su scala geograficamente ridotta quello che è stato fatto tramite i trattati fondativi dell’Unione Europea[31]. Nell’UE, infatti, alcuni paesi come l’Irlanda e l’Olanda, applicano aliquote piatte (anche solo al 5%) ai profitti delle grandi multinazionali, così da attrarle nel proprio paese e ottenere in cambio posti di lavoro ed entrate fiscali. Il tutto però a scapito degli altri paesi (che in questo modo non ricevono nulla dal gettito dovuto da queste aziende in seguito alle operazioni sul proprio territorio) generando così forti disuguaglianze.

Un ulteriore aspetto potenzialmente deleterio dell’autonomia è rappresentato dal caos normativo per le imprese (in termini di contratti, normative sui prodotti, tassazioni, etc.), al punto che persino Confindustria (l’associazione degli imprenditori di aziende medio-grandi) ha espresso pareri negativi sulla legge Calderoli[32]. Questo non toglie comunque che il progetto di autonomia abbia una spiccata connotazione classista, essendo fortemente voluta dalla piccola-media borghesia del nord-est del nostro paese (che costituisce il bacino elettorale storico della Lega, una volta detta “Nord”) al fine di legarsi ai capitali economicamente più grandi e forti (quindi politicamente egemoni) dell’Europa centrale per fare maggiori profitti22. Poco importa che la Germania, di cui la nostra industria è principale subfornitrice, sia in piena recessione: si pensi al settore delle automobili, in crisi a causa della guerra in Ucraina e al conseguente incremento del prezzo dell’energia  ma anche della concorrenzialità delle macchine cinesi[33].

Sottolineiamo ancora una volta che tutto ciò andrà a peggiorare le condizioni di vita di tutti gli italiani (o meglio, di quelli che devono lavorare per vivere… chi è ricco lo sarà sempre di più), non solo degli abitanti del Sud[34].

Effetti sui diritti/disuguaglianza

Infatti, al di là delle specificità sopra descritte per ogni settore, quello che emerge è l’impianto fortemente discriminatorio – e di limitazione dei diritti – del progetto di autonomia differenziata. Il propagandato avvicinamento delle istituzioni ai cittadini è la foglia di fico dietro cui si nascondono i rischi sopra elencati: ad avvicinarsi alle istituzioni sarebbero lobbies su base territoriale (imprese, monopoli, mafie) che potranno più facilmente fare pressione su amministrazioni più piccole, più deboli e in competizione fra loro. Questo mentre verrebbero limitati i poteri del Parlamento a favore del governo e quelli delle giunte regionali in favore dei presidenti di regione, ormai veri e propri governatori. Il risultato sarebbe una riduzione significativa degli spazi di democrazia rappresentativa, e una ulteriore compressione della partecipazione dei cittadini alla politica.

L’effetto più nefasto

In verità tutto quest’operazione è volta alla definitiva divisione dei lavoratori. Se i Diritti non sono più tali ma derivano dalle opportunità che ogni singolo territorio offre senza nessun obbligo di renderli di fatto unitari, è chiaro che l’Italia non c’è più. Ma per poterla smontare il padronato ha bisogno di distruggere ogni elemento di unitarietà e solidarietà tra lavoratori. Il processo di unità repubblicana dopo la caduta del fascismo aveva come cardine fondamentale, oltre ad alcuni già richiamati, il fatto che un lavoratore che svolgesse una mansione avesse stessa paga ovunque ciò avvenisse. In parole povere, un operaio di Torino addetto al tornio prendeva quanto uno di Napoli a pari mansioni. Ciò avrebbe permesso una crescita dello stato sociale anche nelle zone più arretrate (ed in parte ciò è realmente accaduto). Dal punto di vista dei lavoratori ciò ha portato alla abrogazione delle gabbie salariali e del cottimo (voleva dire che un operaio prendeva in base ai pezzi che produceva, aumentando incidenti e morti sul lavoro) alla conquista della scala mobile (all’aumento dell’inflazione i salari crescevano di conseguenza), della sicurezza sul lavoro (i padroni ne diventavano i responsabili) e dello Statuto dei Lavoratori (recentemente smontato dal PD). Non a caso le condizioni di lavoro e di vita e l’insieme della civiltà italiana in quegli anni crebbero moltissimo tanto che i padroni adottarono la strategia della tensione per fermarla (come accennato nell’introduzione a questa serie[35]). Oggi, se l’Autonomia passasse, il lavoratore, alienato e parcellizzato e disinformato, diventerebbe solo di fronte al padrone e quindi succube e suddito. Visto che ognuno per vivere è un lavoratore, è questa la fine che vuol fare?

Conclusioni generali

Nel contesto di impostazione neoliberista della politica degli ultimi trent’anni, ovvero contro i diritti e a favore dei profitti[36], il peccato originale del progetto di autonomia differenziata risale sicuramente alla modifica della Costituzione del 2001. Questo in quanto quell’operazione elettoralistica26 ha reso possibile la regionalizzazione e ha posto le basi per gli odierni tentativi di arrivare alle sue estreme conseguenze, rimuovendo tra le altre cose l’esplicito riferimento alla questione meridionale precedentemente presente nell’articolo 119 del Titolo V8. La legge 86 è infatti frutto del consolidato meccanismo per cui il centrosinistra ha aperto uno spiraglio (deregolamentazione del lavoro, decreti sicurezza, contro-riforme costituzionali, che il centrodestra non è riuscito a fare per l’opposizione di partiti e sindacati come soprattutto la CGIL, muta quando a portare avanti quelle operazioni era invece il centrosinistra), la destra – e questo governo ne è l’esempio più recente e disturbante – ha sfondato la porta.

Come detto, al momento la Corte ha giustamente e fortunatamente (avremmo avuto le forze di vincere questo referendum?) affossato il cuore della legge 86, traduzione del decreto Calderoli, impedendo la devoluzione di tutte le materie, l’esclusione del Parlamento dalla determinazione dei LEP e l’invarianza finanziaria. Rimane però, in base all’articolo 117, la possibilità per le regioni di arrogarsi “specifiche funzioni”, con la Corte che giudicherà ammissibili o meno le singole leggi1. Dato il profilo di incostituzionalità delle intese Stato-regioni, soprattutto per via del contrasto con l’articolo 5 della Costituzione che definisce la Repubblica italiana “una e indivisibile”, si intuisce il rischio di numerosi contenziosi con conseguenti sentenze, ricorsi e confusione legislativa6… abbiamo già sottolineato come la materia si definisca concorrente e lasci spazio a diverse interpretazioni e operatività, peraltro già effettive.

Perciò, l’opposizione popolare per abrogare ogni tentativo di autonomia differenziata deve rappresentare un rifiuto completo e ancor più determinante di quanto espresso dalla Corte. Non si vuole con ciò eliminare le peculiarità storiche, economiche e culturali che rendono straordinario il nostro paese. La stessa Costituzione, all’articolo 5 e nelle specifiche del Titolo V[37], prevede l’istituzione delle regioni e demanda loro ampie autonomie (ma di carattere amministrativo piuttosto che legislativo). Questa delega di potere non deve però andare contro gli altri principi fondamentali della nostra Carta (in primis unità ed eguaglianza esplicitati negli articoli 1 e 3). D’altronde la stessa suddivisione in Regioni e Province si è dimostrata inefficace e inefficiente, tanto che probabilmente l’eliminazione delle stesse sarebbe la cosa migliore26. Quello che si vuole esprimere in questo articolo è in ogni caso il bisogno di concretizzare un percorso di emancipazione comune che offra le stesse possibilità di vita e di sviluppo umano a tutti i cittadini. Infatti, non si deve altresì cadere nell’errore opposto di sostenere un centralismo (anche europeo, vedi il piano economico presentato da Draghi)[38] volto ad attrezzarsi per la competizione capitalistica e la guerra, tendenza che farà forse accantonare il progetto di autonomia differenziata in quanto antistorica, ma per le motivazioni sbagliate (ovvero il bisogno di una organizzazione più razionale su scala europea della produzione al fine di possedere un’industria bellica all’altezza di uno scontro su larga scala).

Per concludere, serve tenere alta l’attenzione su entrambi questi tentativi, tanto più che i progetti separatisti si intersecano strettamente all’altro fondamentale progetto di riforma costituzionale in cantiere[39]: il premierato. Questo governo si fonda infatti sullo scambio politico “premierato per autonomia differenziata” tra Fratelli d’Italia e Lega. Sebbene all’apparenza antitetici nella spartizione del potere in Italia, il centralismo autoritario e la decentralizzazione antidemocratica si integrano perfettamente nel limitare la partecipazione popolare alla vita politica del paese.

<< La legge Calderoli, senza le correzioni della Corte costituzionale, è davvero un colpo gravissimo contro il Popolo e a favore dei ricchi. Direbbe Machiavelli che palesa in modo evidente “l’insolensia dè ricchi”. Essa, come ho detto sopra, insieme alla proposta di legge sul “premierato” e alla proposta di legge sulla “separazione delle carriere dei Magistrati”, distrugge lo “Stato democratico di diritto”, meglio si direbbe lo “Stato comunità”, rendendo inattuabile la “tutela” dei “diritti inviolabili dell’uomo” e “l’adempimento degli inderogabili doveri di solidarietà politica economica e sociale”, sanciti dall’articolo 2 dell’ancora vigente Costituzione >>

Paolo Maddalena

Ma di premierato si parlerà meglio nell’ultimo articolo di questa serie.


[1] https://sbilanciamoci.info/autonomia-la-corte-smonta-lo-spacca-italia-di-calderoli/

[2] https://www.roars.it/uno-stop-allautonomia-differenziata-no-uno-schiaffo/

[3] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/2025/01/22/comunicato-stampa-22-gennaio-2025-dei-comitati-contro-ogni-autonomia-differenziata-sulla-inammissibilita-del-referendum-sulla-legge-86-2024/

[4] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/

[5] https://www.regione.emilia-romagna.it/autonomiaer

[6] https://www.questionegiustizia.it/articolo/autonomia-differenziata-ovvero-privilegiata

[7] https://www.marx21.it/italia/legge-calderoli-mannaia-sullitalia/

[8] https://www.marx21.it/italia/legge-calderoli-lo-spacca-italia-ha-vinto/

[9] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/wp-content/uploads/2024/07/ad-e-referendum-def.-slide.pdf

[10] https://www.lordinenuovo.it/2025/04/01/lo-stato-di-emergenza-e-i-tentacoli-del-privato-un-aggiornamento-sulla-sanita-calabrese/

[11] https://altreconomia.it/il-dibattito-sullautonomia-differenziata-non-puo-ignorare-i-dati/

[12] https://eticaeconomia.it/autonomia-differenziata-e-servizi-sociali-territoriali-rischio-harakiri/

[13] https://altreconomia.it/un-paese-fatto-a-pezzi-in-nome-di-unautonomia-differenziata-laddendum-ecologico/

[14] https://altreconomia.it/non-chiamatela-autonomia-differenziata-ma-deregulation-egoista-per-ricchi/

[15] https://altreconomia.it/lerrore-di-fondo-della-cosiddetta-autonomia-differenziata/

[16] https://altreconomia.it/stipendi-bassi-e-gettito-sulle-spalle-del-17-dei-contribuenti-cosi-si-e-spezzato-il-welfare/

[17] https://www.lordinenuovo.it/2024/09/20/lautonomia-differenziata-come-dividere-il-paese-per-aumentare-il-potere-dei-padroni/

[18] https://www.youtube.com/watch?v=F-QvtV3bOS8

[19] https://www.youtube.com/watch?v=u-aw8V9UDIY

[20] https://www.scienzainrete.it/articolo/non-possiamo-fare-meno-del-servizio-sanitario-pubblico/ottavio-davini-enrico-alleva-luca-de

[21] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/wp-content/uploads/2024/02/quale-futuro-per-la-sanita-italiana-con-ad.pdf

[22] https://www.collettiva.it/copertine/welfare/autonomia-differenziata-colpo-di-grazia-per-il-ssn-eynp88sv

[23] https://www.flcgil.it/comunicati-stampa/flc/autonomia-differenziata-e-gabbie-salariali-il-modello-della-ministra-stefani.flc

[24] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/wp-content/uploads/2024/02/slide-scuola-no-ad.pdf

[25] https://altreconomia.it/lautonomia-differenziata-e-la-pressione-sulla-liberta-dinsegnamento/

[26] La Costituzione differenziata. Contro regioni e premierato. Ugo Boghetta – Marx21

[27] Gli esami di Stato, la cultura del merito e la “confusione” dell’uguaglianza

[28] https://altreconomia.it/autonomia-differenziata-cioe-come-fare-a-pezzi-lambiente/

[29] https://altreconomia.it/con-le-lenti-dellecologia-si-vede-subito-linganno-dellautonomia-differenziata/

[30] https://altreconomia.it/sanita-e-spesa-sociale-ridotte-a-pezzettini-da-delega-fiscale-e-autonomia-differenziata/

[31] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/wp-content/uploads/2023/06/mezzogiorno_fondiue_squilibriterritoriali_mag2023.pdf

[32] https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2023/01/27/confindustria-riflettere-sullautonomia-e-non-dividere-paese.-calderoli-nessuno-spacca-nulla_c005ac87-9f08-48af-847a-6911d65bfc50.html

[33] https://sbilanciamoci.info/economia-politica-dellautonomia-differenziata/

[34] https://www.marx21.it/cultura/perche-lautonomia-differenziata-fa-male-anche-al-nord-stefano-fassina/

[35] https://settinforma.altervista.org/disfare-litalia-i-progetti-di-riforma-che-renderanno-il-nostro-paese-piu-diseguale-piu-ingiusto-e-piu-autoritario/

[36] https://www.marx21.it/italia/il-referendum-contro-lautonomia-differenziata-e-le-sue-problematiche/

[37] https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-5

[38] https://www.rivistailmulino.it/a/autonomia-differenziata-mal-comune-non-fa-mezzo-gaudio

[39] https://perilritirodiqualunqueautonomiadifferenziata.home.blog/wp-content/uploads/2023/07/autonomia-differenziata.su-la-testa.franco-russo.luglio-2023.capitoli.pdf