In questo breve testo si vuole introdurre un ciclo di quattro articoli in cui si analizzeranno le principali e più pericolose proposte di riforma istituzionale avanzate (e in parte già realizzate) dal governo Meloni. In particolare, ci si soffermerà nell’ordine sul Decreto-legge (Dl) n. 42 2025 (cosiddetto “Sicurezza”) e sui disegni di legge (Ddl) 615 (“Calderoli”, sull’autonomia differenziata), 504 (sulla riforma della magistratura) e 935 (progetto di elezione diretta del presidente del consiglio, ovvero il famigerato “premierato”). Materie tecniche e complicate, tenute il più possibile sottotraccia, ma che prevedono uno stravolgimento completo dei meccanismi della democrazia in Italia.
Prima di tutto però un piccolo excursus semantico. Di per sé neutro (come cambiamento o innovazione), il termine riforma ha connotazione storicamente positiva, principalmente grazie alle conquiste del movimento operaio. Purtroppo, però, in epoca postmoderna e di predominio del pensiero neoliberista, questo termine è diventato – nel pieno stile della neolingua orwelliana – presagio di sventura per i lavoratori e i loro diritti. Si pensi appunto alle riforme del governo Renzi, quali il “Jobs Act” e la “Buona scuola”, che hanno fortemente precarizzato e impoverito il mondo del lavoro e dell’istruzione. Si pensi inoltre alla tentata riforma costituzionale proposta proprio dal governo Renzi, sonoramente respinta al mittente con il referendum del 2016. Presentare come riforme delle iniziative che, come si vedrà, riducono i nostri diritti, è un primo modo per ingannare i cittadini.
Ricolleghiamoci al discorso iniziale, ovvero al progetto di smantellamento del controllo popolare e democratico delle istituzioni del nostro paese. È questo, infatti, il carattere che accomuna le attuali proposte del governo Meloni ai precedenti tentativi di modifica costituzionale, come quelli di Renzi o di Berlusconi. Gli esperimenti a riguardo partono infatti da lontano: la loro ispirazione principale può essere fatta risalire al Piano di rinascita democratica, documento programmatico prodotto dalla loggia massonica Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli. Questa associazione eversiva – che riuniva imprenditori, banchieri, militari e altre figure di potere – fu attiva soprattutto negli anni Settanta e fu direttamente coinvolta sia nei tentativi di colpo di stato militare in Italia sia nel fornire supporto ideologico e finanziario allo stragismo fascista. Quello che ci interessa in questo contesto è sottolineare il fatto che i principi cardine del documento prevedevano esattamente quello che le riforme costituzionali avanzate negli ultimi decenni hanno provato a realizzare, tanto che Gelli ebbe a dichiarare che Berlusconi “gli doveva i diritti di autore” per le sue proposte politiche.
Brevemente, i punti principali del piano erano:
- bipolarismo partitico (come negli Stati Uniti);
- controllo e privatizzazione dei mezzi di comunicazione;
- superamento del bicameralismo perfetto;
- riforma della magistratura: separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistrati;
- riduzione del numero dei parlamentari;
- abolizione delle provincie;
- abolizione del valore legale del titolo di studio;
- non rieleggibilità del Presidente della Repubblica;
- altri come: riforma del mercato del lavoro, privatizzazione dell’università, ridimensionamento del ruolo del sindacato.
Si noterà che nel tempo alcuni di questi progetti sono già stati realizzati, fatto che – in aggiunta alle crescenti diseguaglianze economiche – ha reso la nostra democrazia più formale che sostanziale. Altri, invece, sono “in ballo” in questo momento. Per usare infatti le parole della banca d’affari JP Morgan in un rapporto del 2013, la nostra costituzione è ancora “troppo socialista”, in quanto limita la possibilità di accumulazione illimitata di denaro e potere. Non a caso le più grandi banche d’affari e fondi di investimento (Goldman Sachs, JP Morgan, Blackrock, etc.…) hanno sempre appoggiato i tentativi di revisione istituzionale avanzate e talvolta realizzate dai nostri governi (Monti, Renzi, Draghi e ora Meloni). Distruggendo i nostri diritti, come il welfare universale e gratuito, potrebbero infatti accedere direttamente ai nostri risparmi senza i sotterfugi da azzeccagarbugli dei prodotti finanziari che ci vengono somministrati ogni giorno (fondi pensione, Pac, assicurazioni e fregature varie).
Quindi occhio al portafoglio (torneremo in futuro sul tema fondamentale del salario), ma soprattutto occhio ai diritti! A tal fine, questi articoli forniranno un’analisi il più esaustiva possibile dei vari Ddl, senza scendere nei tecnicismi ma spiegando il loro senso e scopo generale. Da ciò seguiranno le ragioni per un loro rifiuto categorico: vista la loro vaghezza, complicazione e novità giuridica (che darebbe luogo a numerosi contenziosi con la Corte costituzionale), lasciarne approvare anche solo delle versioni attenuate permetterebbe al governo di modificarle in un secondo momento con decreti attuativi (come il Ddl “delega” per l’autonomia differenziata), rendendo l’Italia un paese peggiore in cui vivere. (Sì, questo pezzo è stato scritto prima che venisse approvato d’urgenza il Decreto Sicurezza).
A ciò si aggiungerà la bibliografia per opportuni approfondimenti. Si cercherà infine di analizzare le possibilità di azione concreta di ciascuno di noi: ci aspettano infatti due importanti referendum per i quali è necessario informarsi in prima persona e spargere la voce. Si sarebbe dovuto tenere anche il referendum abrogativo dell’Autonomia differenziata, ma il quesito proposto con la raccolta firme (più di 1 milione e 300 mila!) è stato bocciato dalla Corte costituzionale… ne parleremo nell’articolo dedicato.
Sarà molto difficile ma – per abrogare parti del Jobs Act e per semplificare il diritto alla cittadinanza – l’8 e 9 giugno va assolutamente raggiunto il quorum!
Di seguito i link ai quattro articoli:
Disfare l’Italia, parte 1. Decreto-legge 42: sicurezza o repressione?
Disfare l’Italia, parte 2. Autonomia differenziata: efficienza locale o disuguaglianza su base territoriale?
Disfare l’Italia, parte 3. Riforma della magistratura e referendum costituzionale