
In questo articolo si vuole analizzare brevemente la situazione attuale dell’università in Italia. Il disegno di legge (ddl) 1240, presentato nel luglio 2024 dalla ministra Bernini a riforma del sistema universitario nel nostro paese, è stato recentemente sospeso dal governo a causa delle forti proteste del mondo accademico. Dato però il pericolo di tale “riforma”, in particolare per il diritto allo studio e alla libertà di insegnamento e ricerca, è bene capire gli obiettivi che essa si pone.
Si premette che l’operazione di smantellamento del ruolo pubblico dell’istruzione terziaria – che, come si dimostrerà – è il nocciolo del ddl, non è un’invenzione dell’attuale ministra. I decenni passati hanno infatti visto il costante sottofinanziamento degli atenei e il continuo accentramento del potere decisionale al loro interno. In questo contesto, la recente iniezione di finanziamenti derivanti dal PNRR (ovvero la parte di fondi economici riservato all’Italia dal piano europeo Next Generation EU), più che rilanciare l’università, rischia di rappresentare il suo canto del cigno. Tantopiù nel caso in cui il ddl fosse trasformato in legge.
L’allarme è stato lanciato da un appello firmato da 122 società scientifiche italiane, apparso sul sito Scienza in rete [1]. Il documento evidenzia come ci siano numerosi aspetti della riforma in esame che presentano una elevata criticità. Innanzitutto il finanziamento delle università, da cui dipende il loro funzionamento (retribuzioni di docenti e ricercatori, investimenti in ricerca e infrastrutture). Il secondo punto dolente è rappresentato dal reclutamento: il ddl prevede infatti l’ulteriore parcellizzazione e precarizzazione della carriera universitaria. Il terzo punto riguarda la fuga di cervelli, fenomeno che rischia di inasprirsi ulteriormente nei prossimi anni (per quanto già grave in quelli passati). Il quarto punto riguarda la repressione all’interno delle università, come delineata dal cosiddetto “decreto sicurezza” (ddl 1660) attualmente in lettura al Senato. Infine, altre criticità riguardano il governo degli atenei (ddl 1192 “Semplificazione”), la valutazione dell’insegnamento e della ricerca, il ruolo delle università private (soprattutto quelle telematiche) nonché la mancanza di trasparenza all’interno delle bozze di decreto su chi, come e quando verranno prese decisioni su tutti questi aspetti.
Il finanziamento
Partiamo con i fondi che vengono stanziati agli atenei. Nel 2024 il ddl 1240 prevedeva il taglio (ad anno in corso) di oltre 500 milioni di euro: 173 milioni in meno al Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) 2024 più 340 milioni non assegnati per le coperture dovute all’adeguamento degli stipendi e al turnover per i prossimi anni. Questo su una cifra complessiva di circa 9 miliardi di fondi pubblici annuali, rappresentanti grazie alla quota straordinaria del PNRR lo 0,75% [2] del PIL (simile allo 0,77% della media UE). Guardando allo storico, la tendenza dei finanziamenti agli atenei è stata di forte riduzione a partire dal 2008, con un picco negativo nel 2019 in cui si è arrivati ad una quota dello 0,50% del PIL (vedi nota 2). Oltre però ad una riduzione quantitativa nei fondi complessivi, vi è stato anche un peggioramento qualitativo: la percentuale rappresentata dall’FFO è stata abbassata dal 73% del 2014 al 46% del 2024 a favore di finanziamenti derivanti da premialità (come, ad esempio, per la produzione scientifica) o fondi straordinari come il PNRR.
Mentre gli stipendi dei docenti sono stati parzialmente adeguati all’inflazione (+4,8% rispetto ad un +17% certificato dall’ISTAT di aumento reale dei prezzi nel triennio 2021-2023), l’FFO non è stato aumentato di conseguenza, col risultato che gli atenei dovranno tagliare altre spese (come l’edilizia o la ricerca) per poter pagare questi aumenti retributivi. Nonostante ciò, la spesa a prezzi correnti per il personale è passata da 7,3 miliardi nel 2008 a 7 miliardi nel 2021, che equivalgono a 6,3 miliardi tenendo conto dell’inflazione (-15%).
Di conseguenza, il ddl ha suscitato l’indignazione persino della CRUI, ovvero la Conferenza dei Rettori (tipicamente non un’associazione di sovversivi). Il taglio dell’FFO base, che riguarda 73 atenei su 78 e ammonta a circa il 3-4% del bilancio totale, rischierebbe infatti di far saltare completamente i conti degli atenei. Per continuare la tendenza positiva data dal PNRR (7 miliardi in 4 anni, oltretutto a debito) e rimanere attorno alla quota di 0.7% di PIL investito nelle università, servirebbero 6,4 miliardi di euro aggiuntivi nel triennio 2024-2027.
Il reclutamento
Il disegno di legge 1240 prevede anche una riforma del reclutamento universitario: in particolare, la figura dell’assegnista di ricerca verrebbe sostituita con tre diverse forme di “pre-ruolo”: assistenti di ricerca junior e senior, nonché contrattisti post-dottorato. Questi andrebbero ad aggiungersi agli attuali RTT (ricercatori in tenure track, ovvero che diventeranno automaticamente professori associati alla fine dei 6 anni di contratto) ma confliggerebbero con gli appena varati contratti di ricerca (di durata biennale e con maggiori garanzie e retribuzioni contrattuali sia dei precedenti assegni di ricerca che delle nuove figure proposte) e non prevederebbero un concorso, col rischio di dare impulso al baronato all’interno dei dipartimenti. Inoltre, verrebbe creata la possibilità per i rettori di assumere “professori aggiunti” (il cui ruolo è ancora da definire), anch’essi senza concorso pubblico.
In questi anni i fondi straordinari del PNRR hanno permesso di portare il numero di assegnisti e RTD-A (ricercatori a tempo determinato di prima fascia) a 20 e 9 mila, rispettivamente. Combinate, queste figure rappresentano al momento il 40% del personale docente e di ricerca. Si prevede che nei prossimi 5 anni il 25% dei professori ordinari e il 9% di quelli associati andrà in pensione (oltre al 35% dei ricercatori a tempo indeterminato). Per fare cassa, però, il ddl prevede che solo il 75% di questi potrà essere sostituito tramite turnover. Ciò significa che il personale docente si ridurrà mentre migliaia di giovani ricercatori dovranno cercare lavoro fuori dall’università o all’estero. Questo dimostra la totale assenza di pianificazione nella gestione dei fondi PNRR e l’inasprimento del calo del personale docente e di ricerca, diminuito tra il 2009 e il 2016 del 20% (12 mila posizioni perse). In aggiunta, sebbene l’FFO preveda dei criteri “storici” di allocazione delle risorse (ovvero una quota dei finanziamenti è proporzionale ai soldi ricevuti in passato, svantaggiando le aree del meridione che hanno sempre ricevuto meno risorse), esso contiene anche una quota perequativa per compensare le disparità di sviluppo economico tra le varie aree geografiche italiane. Al contrario, l’assegnazione dei fondi PNRR ha favorito i centri universitari più grandi, nonché penalizzato le discipline classiche: geografia, storia, lettere, filosofia. Risulta inoltre che al momento solo circa un quarto dei fondi sia stato effettivamente speso benché il finanziamento finisca nel 2026. Per brevità si tralascia un altro problema del reclutamento negli atenei, ovvero il fatto che molti lavoratori dei servizi (pulizie, manutenzione) siano assunti tramite il sistema delle cooperative, con gare di appalto al ribasso ogni 3 o 4 anni al fine di risparmiare sui salari.
La fuga dei cervelli
I dati riguardo a quest’altra problematica chiave dicono che circa 15 mila giovani ricercatori e ricercatrici si sono trasferiti fuori dall’Italia nell’ultimo decennio. Nel 2021 i laureati nella fascia 25-39 anni emigrati all’estero sono stati l’1,3% del totale, in un paese come l’Italia che è ventottesima su trenta in Europa per numero di laureati all’anno. Più in generale, sono molto più numerose le persone che lasciano il paese di quelle che entrano (131.210 rispetto a 497.240 tra il 2018 e il 2021), dato che ridimensiona la portata quantitativa del problema immigrazione. Tornando all’università, 2/3 dei ricercatori italiani vincitori di finanziamenti da parte della Commissione Europea lavora per atenei esteri, mentre solo un terzo lavora in Italia. In confronto, la percentuale di fondi di questo tipo che arrivano in Francia è di oltre il 100% (grazie anche appunto ai ricercatori italiani e di altri paesi presenti oltralpe).
Riguardo gli studenti iscritti alle università italiane, il numero totale nell’anno accademico 2022/23 era pari a 1.909.360, rispetto a 1.767.008 del 2011/12. Questo dato in apparenza positivo nasconde però il fatto che la quota di iscritti alle università statali si è ridotto in questo lasso di tempo da 1.621.704 a 1.537.074, a tutto vantaggio delle università private – specialmente telematiche – che hanno più che raddoppiato i loro iscritti: da 145.304 a 372.286.
Le università telematiche private
Queste università mostrano criticità intrinseche al loro funzionamento, che però vengono ulteriormente inasprite dal presente decreto. Innanzitutto, il rapporto tra il numero di studenti e docenti nelle università pubbliche è attualmente di circa 28 a 1, mentre per le università telematiche supera i 300 a 1. In questo contesto, il ddl prevede che le università telematiche possano avere un limite di iscritti dovuto al numero chiuso pari al doppio rispetto a quelle pubbliche (500 alunni per le triennali e 200 per le magistrali). Inoltre, viene ulteriormente abbassato il limite minimo previsto per gli insegnamenti in modalità sincrona al solo 20% del totale. Ciò lascia la possibilità di fornire lezioni registrate per la quasi totalità dei corsi, permettendo di risparmiare ulteriormente sugli organici ma soprattutto di limitare la libertà e l’aggiornamento dell’insegnamento. Un’altra problematica che inficia la qualità dell’insegnamento è rappresentata dalle modalità di esame completamente online e standardizzate, che non permettono la verifica effettiva delle conoscenze e competenze degli studenti. Inizialmente le regole ministeriali prevedevano esami esclusivamente in presenza, mentre il decreto concede ampie deroghe in proposito. Oltretutto, la verifica da parte del ministero del soddisfacimento di questi vincoli è stata spostata di 4 anni, così che ci sia tempo di trovare scappatoie o comunque di disattendere per altro tempo le poche regole stabilite. Tra queste non figura tra l’altro alcun requisito sulla qualità scientifica dei docenti (non c’è concorso nelle assunzioni) né addirittura sulle strutture, i laboratori, i materiali per i corsi di dottorato telematici.
Se gli attuali mezzi tecnologici garantiscono potenzialità per facilitare l’accesso ai più alti livelli di istruzione, soprattutto in casi di emergenza come è stato per il covid 19 o per chi ha bisogno di lavorare per pagarsi gli studi, questo non deve avvenire a scapito di diritti come borse di studio, studentati, buoni pasto, etc. il cui scopo è proprio quello di favorire l’accesso all’università. Tantomeno ciò può avvenire a scapito della qualità della didattica e della ricerca. In quest’ottica, una regolamentazione che garantisce condizioni di vantaggio competitivo alle università private – telematiche in particolare – è parte di un progetto politico che ha la finalità di favorire certi settori economici ma soprattutto quello di ridurre lo spazio pubblico della conoscenza. Il taglio alla spesa pubblica per gli atenei statali fa parte della classica strategia della “rana bollita” in cui, come successo per sanità e trasporti, il privato può inserirsi e macinare grandi profitti per l’inefficienza ottenuta ad arte nel settore pubblico. Oltretutto, secondo i dati dell’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nel decennio 2012-2022 le università telematiche hanno ricevuto circa 2 milioni di euro all’anno. Le altre università private hanno ricevuto, per esempio nel 2021 e nel 2022, finanziamenti pari rispettivamente a 16,8 e 8 milioni.
Per concludere, il rischio è dunque che le università pubbliche debbano inseguire quelle telematiche (a causa della concorrenza sleale, come il caso esemplare dei corsi di abilitazione per i docenti della scuola secondaria), abbassando la qualità della didattica, dei requisiti di accesso e degli esami. Tutto ciò per attirare più iscritti e quindi più soldi al fine di non chiudere i bilanci in negativo. Desta quindi preoccupazione e rimprovero il fatto che la CRUI abbia espresso parere favorevole a questo specifico aspetto di un decreto che nel lungo termine va nella direzione di comprimere le possibilità di accesso all’istruzione universitaria (banalmente non tutti possono permettersi l’iscrizione ad una università privata), al contrario di quello che erano le promesse della modalità telematica.
Il ddl 1660 nelle università
L’ultimo attacco alle università viene da un altro disegno di legge, il 1660, cosiddetto “decreto sicurezza”. All’articolo 31, questo ddl prevede infatti che:
“Le pubbliche amministrazioni, le società a partecipazione pubblica o a controllo pubblico e i soggetti che erogano, in regime di autorizzazione, concessione o convenzione, servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al DIS, all’AISE e all’AISI la collaborazione e l’assistenza richieste, anche di tipo tecnico e logistico, necessarie per la tutela della sicurezza nazionale.”
Tradotto in sostanza, chi lavora nelle università (e nelle altre amministrazioni pubbliche) sarebbe obbligato a collaborare con i servizi segreti, magari profilando le idee politiche di studenti e altri ricercatori al fine di prevenire o disinnescare, ad esempio, le proteste contro il genocidio dei palestinesi che nei mesi passati hanno scosso diversi atenei e città.
Conclusione
Come detto nell’introduzione, la dequalificazione dell’università pubblica è un fenomeno pluridecennale che accomuna governi di centrodestra e di centrosinistra. L’attuale governo però, anche secondo il rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari (qui e qui), sta portando avanti un attacco frontale, violentissimo e da più lati ai principi fondamentali della costituzione, di cui una didattica e una ricerca libera e di qualità sono parte integrante e imprescindibile. Il taglio dei fondi pubblici agli atenei sottende la volontà di creare pochi poli di eccellenza subordinati agli interessi delle imprese (in particolare i monopoli energetici e militari come ENI, Leonardo etc.), favorendo al contempo le università private e lasciando morire gli atenei più piccoli e i corsi di studio considerati inutili per gli “interessi nazionali”. Al di là degli aspetti economici, lo scopo principale è quello restringere gli spazi di democrazia in cui può nascere il pensiero critico, per poter gestire più facilmente il dissenso. L’altra parte di questo aspetto è l’aumento della repressione, dentro e fuori le università.
L’obiettivo, non solo per chi vive l’università, deve dunque essere quello della difesa della sua indipendenza, della sua qualità e della sua accessibilità. Ciò passa inevitabilmente dalla necessità di compattarsi e raccogliere le forze per fare cadere questo governo di incompetenti – sebbene non meno pericolosi – fascisti. L’alternativa è lasciar scivolare le nostre vite nelle mani di uno stato sempre più autoritario, guidato da una classe dominante talmente in crisi da scegliere la guerra (soprattutto nell’UE e negli USA, ma anche in Italia) pur di rimanere al potere. La lotta per far sì che le risorse economiche vengano spese in istruzione e ricerca e più in generale nel welfare, invece che in armi, può essere un modo per collegare la nostra quotidianità agli eventi del mondo e avere quindi la possibilità di influire positivamente su di essi.
[1] Tutti i dati presentati in questo articolo sono presi da vari interventi pubblicati su questo sito, opportunamente citati. Per chi volesse approfondire si consiglia la visione della conferenza organizzata dall’Università per stranieri di Siena, con interventi da parte di rettori, professori, ricercatori e studenti. La conferenza, così come il materiale presentato, sono reperibili a questo link. Per ulteriori approfondimenti si consiglia il sito dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia.
[2] Questo dato non è consistente tra le varie fonti consultate, con una cifra attorno allo 0.75 che ritorna più volte (ad esempio vedi qui). Sono presenti anche stime inferiori, come lo 0.45% facilmente ricavabile dal Grafico 3 al seguente link.
Foto di copertina da qui